Cartoline dal Tabernario, la birra e lo strapotere americano

Il luppolo, oggi, è sicuramente l’ingrediente che più di ogni altro rappresenta il fenomeno birra artigianale, la cosidetta hops generation. Ma non è sempre stato così basta ripercorrere la craft revolution italiana. E il futuro? L’attenzione va subito alle IPA, che poi sono interpretazioni americane di uno stile inglese in via d’estinzione, un cambiamento che ha riguardato anche altre tipologie inglesi, come ad esempio le golden ale e le pale ale.

L’utilizzo di luppolo ha spinto i birrai a mettere hoppy davanti a molti stili tradizionali, tant’è che il sistema birraio oggi non insegue solo la moda “IPA”, ma proprio l’utilizzo del luppolo, specialmente quello made in USA con profumatissimi fiori chiamati “citra, simcoe, columbus, cascade, centennial, chinook. Molte varietà nuove si affacciano di continuo sul mercato, ma difficilmente riescono a diventare protagoniste come le sorelle americane. E se il trend è quello di eccedere con l’utilizzo di luppolo americano in dry e late hopping, se tutti vogliono sentire e riconoscere un naso luppolato e se le varietà utilizzate sono sempre le stesse il rischio è quello di trovarci tra un po’ ad un appiattimento dell’offerta, a trovarci a bere e a vendere birre fotocopia, buone, buonissime, ma troppo uguali. Addirittura mi è capitato che perfino i birrai faticassero a riconoscere le proprie creature se bevute alla cieca. Lo scenario che immagino è quello di pinte, sì luppolate, ma caratterizzate da una maggiore ampiezza olfattiva in cui si possa riscoprire l’equilibrio degli ingredienti dove il luppolo possa stare al centro, ma non come unico attore protagonista. Il luppolo rimane l’unico dei 4 fondamentali ingredienti della birrificazione che possa essere evitato o sostituito da altro senza che venga meno l’identità della bevanda: non esiste nessuna birra riproducibile senza acqua, senza un cereale maltato o senza lievito, inoculato o meno. Ciò nonostante anche l’industria negli ultimi anni ha posto il luppolo al centro delle proprie strategie commerciali e di comunicazione, sovvertendo le precedenti rilevazioni di mercato che confermavano come il consumatore medio non gradisse proprio il gusto amaro. Qualsiasi discorso sulla contemporaneità e futuro brassicolo finisce sempre e comunque per passare dagli Stati Uniti. È dagli USA che sono arrivate gran parte delle novità degli ultimi anni con l’unico intento di scardinare ciò che fino a quel momento era considerato normale…si pensi solo alle New England Ipa, una birra torbida, brutta a vedersi, proponendo un concetto tutto nuovo contrario all’idea che un aspetto opalescente in stili che non lo prevedono fosse inadeguato. Oggi l’innovazione nella birra passa per la rottura degli schemi classici. Spesso, infatti, per cercare qualcosa di nuovo si sovverte un concetto dato per assodato e quando la nuova idea è stata acquisita si cerca di spingerla oltre, per rivoluzionare l’idea stessa. Ormai ci sono troppe birre in commercio che, con l’intento di stupire, finiscono col perdere completamente la piacevolezza della bevanda e a metà pinta non riescono proprio più ad andare giù! Il futuro della birra, ma anche il presente, è un delicato equilibrio giocato fra rotture di schemi consolidati e spinte creative. Non deve però mai venir meno il rispetto del piacere della bevuta e dell’identità della birra stessa. A mio avviso si dovrebbe ripensare in modo costruttivo quanto avvenuto in questi anni, una rilettura in grado di porre l’accento sulla bevibilità in modo da porre le basi per una nuova fase di innovazione birraria meno affannosa e più ricca di contenuti.

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